sabato 5 dicembre 2009









Nacque il 22 luglio 1910 a Balsamo da Giulio Berna e Rosa Marelli. Frequentò la scuola fino alla IV elementare. Sposato con Adele Corti, aveva una figlia. Abitava in via Palestro 1 e svolgeva la professione di tornitore alla Falck Unione OMC.




Nel dicembre 1929 si arruolò nell’Esercito con la matricola 23066; nel settembre del 1932 fu messo in congedo illimitato con il grado di sergente.




La notte tra il 27 e il 28 marzo 1944 venne arrestato presso la sua abitazione per aver partecipato allo sciopero iniziato l’1 marzo 1944 e che per otto giorni aveva bloccato le più grandi fabbriche del Nord.




Con Berna furono arrestati altri operai di Cinisello Balsamo, un gruppo due settimane prima e un gruppo la sera stessa.

Qualcuno ricordava che la notte tra lunedì 13 e martedì 14 marzo del 1944 soffiava un forte vento. Ma il piccolo paese di Cinisello Balsamo non fu svegliato solo dal vento o dagli allarmi per i bombardamenti. Uno strano movimento di gente per strada in più punti dell’abitato mise tutti in allarme. Erano i militi fascisti che, accompagnati da una lettiga per mascherare le loro vere intenzioni, stavano arrestando alcuni operai delle fabbriche di Sesto San Giovanni che avevano scioperato. Li prelevarono dalle loro abitazioni uno dopo l’altro come in una tragica Via crucis. Furono arrestati: Angelica Belloni, Rosa Crovi, Maria Fugazza, Ines Gerosa, Riviero Limonta, Giovanni Ragazzo, Rodolfo Remigi, Giovanni Vergani, Tarcisio Vergani, Addone Visioli e Marcello Zaffoni.

La stessa tragica scena si ripetè due settimane dopo, la notte tra lunedì 27 e martedì 28 marzo, quando ancora tutti si stavano domandando dove fossero finiti quei poveri malcapitati. Quella fu la volta di: Attilio Barichella, Cesare Berna, Fedele Fumagalli, Giuseppe Galbiati, Carlo Limonta, Giovanni Paravisi e Angelo Tesser. Solo Aldo Beretta riuscì a fuggire dalla sua abitazione; verrà però arrestato il 22 ottobre in un locale pubblico e deportato come tutti gli altri. Molti di loro non tornarono, lasciando a casa vedove, orfani e genitori disperati.

A quei tempi Cinisello Balsamo contava poco più di tredicimila abitanti; tutti sapevano quello che era accaduto e tutti si conoscevano, per cui la notizia di quegli arresti ingiustificati fu per il paese un vero sconvolgimento.




Nella giornata del 28 marzo Berna fu rinchiuso a Milano, prima a San Fedele e poi al carcere di San Vittore; il 31 marzo passò amministrativamente nel braccio tedesco dello stesso carcere. Fu in seguito condotto a Bergamo e imprigionato nella Caserma Umberto I.




Il 5 aprile venne caricato su vagoni piombati che partirono dalla stazione di Bergamo e giunsero a Mauthausen (Austria) l’8 aprile, vigilia di Pasqua. Nel Lager gli fu assegnata la matricola 61559. Infine, il 26/28 aprile 1944, venne trasferito al Lager di Gusen (Austria), dove morì il 22 aprile 1945, all’una di notte. Sui documenti fu indicata come causa della morte: "debolezza cardiaca e nefrite".




Dopo la Liberazione gli fu riconosciuta, per un periodo di diciannove mesi, la qualifica di partigiano operante con la 184^ Brigata Garibaldi S.A.P. (Squadre di Azione Patriottica) Luciano Migliorini.










Testimonianza di Adele Corti, vedova di Berna CesareLa vita familiare e lavorativa prima degli arresti - Eventuali attività antifasciste del deportato e/o dei familiari Sia io che Cesare abitavamo a Balsamo. Lui ha frequentato la scuola fino alla 5^ elementare e poi è andato a lavorare alla Pirelli come tornitore. Ci siamo conosciuti nel 1930, mentre lui era militare in fanteria. Cesare abitava di fronte all’attuale piazza Italia e la sua famiglia era cattolica, gente di chiesa che non reagiva davanti al fascismo; ma Cesare era diverso, pur essendo credente. Ci siamo sposati nel 1937, abitavamo in via Palestro 1 a Cinisello Balsamo, e il 10 marzo 1944 abbiamo avuto una figlia, Wilma. Successivamente è andato a lavorare alla Ferriera (Falck Unione1) e faceva i turni, ma non quello notturno. Veramente avrebbe dovuto andare alle Ferrovie dello Stato, dove lavorava un suo fratello, ma non avendo la tessera fascista, non è stato preso. Il 25 luglio 1943 è salito su una scala e ha strappato uno stemma fascista che si trovava nell’attuale piazza Italia. Io non c’ero, ma me l’hanno raccontato. Lui era antifascista sin da giovane, era credente, andava in chiesa e si interessava di tante cose, si faceva una sua cultura. Mi ricordo che leggeva il giornale (non ricordo quale, ma non era clandestino) da cima a fondo e spiegava anche a me come andavano le cose. Mi sembra di ricordare che Cesare in fabbrica raccogliesse i fondi per i partigiani, ma in casa non raccontava niente. Le modalità dell’arresto Una sera Cesare è venuto a casa, saranno state le 22.30, e mi dice: ”Tira fuori due bicchieri che facciamo un brindisi per Wilma“. Era il 27 marzo. Verso mezzanotte sentiamo picchiare alla porta, Cesare va ad aprire ed entrano due in borghese. Cesare si è vestito e io sono rimasta lì come una stupida, inebetita, con la Wilma vicino a me. Siamo venuti a sapere che a casa nostra cercavano anche Beretta, un comunista, ma lui è riuscito a scappare attraverso gli orti, noi abitavamo a pian terreno. La mattina dopo con mia figlia vado ad avvisare dell’accaduto i parenti di mio marito. Un trambusto. I genitori di Cesare in pochi anni sono morti di crepacuore per il figlio. Si è saputo poi che nella stessa notte i fascisti avevano portato via tanti altri uomini. Mi ricordo che mi sono trovata con i parenti di Oggioni Anselmo, Galbiati Giuseppe e Vergani. Carceri e/o Lager italiani - Eventuali visite dei parenti - Partenza verso i Lager oltre confine Sono andata a S.Vittore a Milano e con me c’erano i parenti di Paravisi e Limonta. Un viaggio inutile, perché non ci hanno permesso di vedere i nostri cari. Quando hanno spostato i prigionieri a Bergamo, Cesare è riuscito a buttare giù dal camion o dal pullman un bigliettino celeste che è stato trovato sul cavalcavia di Balsamo; c’era scritto: “Siate gentili, chi trova questo biglietto lo consegni a mia moglie” e c’era il nostro indirizzo. Un paesano che era in zona, l’ha consegnato ai miei suoceriche poi l’hanno dato a me. Io ero tutta scombussolata dagli avvenimenti e mia figlia Wilma ha cominciato a stare male. Chissà, forse il mio latte non era più buono o chissà perché, fatto sta che Wilma è stata colpita da una violenta gastroenterite che me l’ha portata via a sei mesi, nell’autunno del ’44. Ho saputo che si trovava a Bergamo, allora ci sono andata con alcune delle donne che ho indicato prima. C’era una grande caserma2 e noi eravamo là sotto; si poteva parlare con i nostri cari per non più di cinque minuti. Io sono riuscita a entrare e, accompagnata da una guardia, sono salita al secondo o al terzo piano e sono riuscita a parlare con Cesare. Mio marito mi ha detto che a farlo arrestare era stato il suo capo alla Ferriera (Falck) e che con loro c’era Fumagalli Fedele di Cinisello, uno che lavorava alla Falck e che non sapeva nemmeno come mai si trovasse lì. Mi è capitato in seguito di andare alla Falck e di incontrare il capo di mio marito che voleva salutarmi dandomi la mano, ma io l’ho rifiutata. A Cinisello Balsamo c’era inoltre un fascistone che era chiamato “il Pinocchietto”, perché era piccolo, che forse era venuto alle mani con Cesare. Comunque a Bergamo non c’era molto da fidarsi, e si parlava poco, stando attenti. Cesare mi ha detto che li avrebbero mandati in Germania a lavorare. Non l’ho visto partire perché non mi trovavo a Bergamo quel giorno. Il ritorno del deportato - Eventuale racconto della vita nel Lager Quando alla fine della guerra è tornato Fumagalli Fedele3 sono andata a chiedere notizie di mio marito che lui conosceva bene, perché lavoravano insieme, mi ha detto che Cesare sarebbe tornato con uno dei viaggi successivi da Bolzano, ma secondo me lui già sapeva che non c’era più. Dopo un po’ di tempo sono tornata dal Fumagalli, in casa c’era anche sua madre, la quale ad un certo punto ha detto a Fedele: “Ma diglielo a questa donna! Non farla più tribolare e sperare!” E allora lui mi hadetto che Cesare non c’era più. Mi ha detto che l’avevano bruciato nel forno. Mi sono trovata sola, senza marito e senza figlia, morta l’anno prima. Da quando avevano portato via Cesare, la mia vita è stata segnata. Varie Io lavoravo alla Sant’Agostino, la fabbrica di calze di Niguarda, però ci hanno licenziato, perché nonc’era lavoro. Per mezzo di un partigiano, un certo Traverso, capo dei sindacati alla Falck, avevo trovato un lavoro, ma il posto era brutto, pieno di uomini. Ho resistito pochi giorni, non ce la facevo. Mi aiutavano un po’ i miei genitori e quelli di Cesare e mi aiutava uno che lavorava in Comune. Alla fine della guerra, nel ’48, mi sono risposata. Ero sola, cosa dovevo fare? Nel frattempo avevo riavuto il mio lavoro alla Sant’Agostino. Questo è il risultato della guerra. Io però non dico come molti: basta con la politica che è la nostrarovina, io sono orgogliosa di Cesare. Non posso vedere i fascisti, né quelli di prima né quelli di oggi. Quando li vedo in televisione, guai, mi bolle il sangue! Mi ricordo che dopo la guerra, già negli anni’50, c’erano gli scioperi. C’era la divisione sindacale, i cattolici, i “Paulot” 4, stavano dentro, non scioperavano mai, ma io scioperavo, uscivo dallo stabilimento. Io non ero democristiana, ma di sinistra, comunista. Sono sempre stata così e l’arresto e la morte di Cesare mi hanno rinfrancato ulteriormente. Tra me e Cesare, pur avendo idee politiche diverse, c’era rispetto, eravamo tutti e due antifascisti. Anche il mio secondo marito era di sinistra, era un socialista. NOTE 1Falck - Il primo insediamento delle industrie siderurgiche Falck nel comune di Sesto San Giovanni risale al 1906, quando Giorgio Enrico Falck era alla guida dell’impresa allora denominata “Società Anonima Acciaierie e Ferriere Lombarde”. I primi impianti produttivi coprono una superficie di circa 140.000 metri quadrati, gli edifici destinati alla produzione vengono poi affiancati dal “Villaggio Falck”che comprende le abitazioni destinate agli operai dell’impresa. Le strutture che la Falck costruisce nel comune, comprendono anche le biblioteche, i centri sportivi, le case di riposo, i centri per il dopolavoro, l’asilo Montessori, le scuole. Nel 1906 cominciarono i lavori per la costruzione del primo stabilimento sestese della Società AnonimaAcciaierie e Ferriere Lombarde (dal 1930 Acciaierie e Ferriere Lombarde Falck), negli anni ‘20 chiamato Unione. Nel 1917 ebbe inizio l’attività del secondo stabilimento Concordia, destinato alla laminazione, collegato all’Unione da un treno lingottiera che attraversava viale Italia. Successivamente vennero inaugurati gli stabilimenti Vittoria, destinati alla trafila e alla corderia e lo stabilimento Vulcano, destinato alla produzione di ghisa e ferroleghe ai forni elettrici. Contemporaneamente allo sviluppo degli impianti siderurgici e meccanici di Sesto S.G. si verifica anche un ampliamento delle attività del gruppo. Nel 1931 l’impresa assume il nome Falck. Gli impianti produttivi, danneggiati dai bombardamenti della seconda Guerra Mondiale, vengono ricostruiti e ammodernati con i fondi messi a disposizione dal Piano Marshall. Fino all’inizio degli anni ‘70 la Falck continuò a produrre ghise normali e acciai speciali, acciaio grezzo, laminati a caldo, nastri laminati a freddo, tubi saldati e senza saldatura, ferroleghe, getti meccanici e cilindri, bulloneria, lavorazioni meccaniche. A partire dal 1975 gli investimenti nel settore della produzione industriale calano progressivamente e il settore siderurgico attraversa una profonda crisi. Nel 1995 la Falck presenta al Ministero dell’Industria le domande per lo smantellamento degli impianti Falck Nastri, Falck Lamiere e Falck Vittoria. Nell’anno seguente molti impianti vengono demoliti (l’ultima colata avviene proprio nel 1996) e hanno inizio i primi processi di riprogettazione e rifunzionalizzazione delle aree produttive dismesse che complessivamente hanno un’estensione di un milione e mezzo di metri quadrati. Nel dicembre 2000 le aree Falck, che rappresentano attualmente oltre il 20 per cento dell’intero territorio comunale, vengono acquisite dal Gruppo Pasini. Il Comune di Sesto San Giovanni, nel piano regolatore adottato nel 2000 e nelle successive integrazioni del 2001, ha indicato le proprie finalità attraversol’esplicitazione di un sistema di vincoli e di opportunità e ha chiamato l’operatore privato a interpretare, attraverso la sua capacità creativa e operativa, gli obiettivi che la comunità si è posta per rendere le aree fruibili e integrate con il territorio metropolitano. 2Caserma Umberto I Bergamo - Era una caserma occupata e gestita dai tedeschi, prima occupata dai soldati italiani “Lupi di Toscana”. Questa caserma nella città bassa, di fianco al parco Suardi, vicina alla rotonda per immettersi nelle valli bergamasche. Esiste ancora oggi questa costruzione ma con altre funzioni. Dal racconto fatto dall’ex deportato Signorelli Angelo, i deportati vi erano giunti direttamente carcere di San Vittore di Milano. Secondo il racconto fatto dall’ex deportato Sordini Adamo li hanno inviati prima al carcere di S. Agata, a Bergamo Alta, ma poi, non essendoci posto per tutti, li hanno fatti scendere alla caserma Umberto I. Addirittura il deportato Bencich Santo, deceduto a Gusen, ha scritto un biglietto da un campo d’internamento di Grumello, presso Bergamo (da non confondersi con Grumello al Monte, in provincia di Bergamo), detto della Grumellina, nella zona di Bergamo il 15.3.1944, dove anche lì vi era un centro di raccolta di gente arrestata e destinata ai campi e poi un altro biglietto il 17.3.1944 dalla Caserma Umberto I. Tutti tre i deportati citati fanno parte dello stesso trasporto, partito da Bergamo Stazione ferroviaria per Mauthausen il 17.3.1944. Visto l’alto numero dei deportati di quel trasporto (563 furono immatricolati a Mauthausen al loro arrivo, ai quali però bisogna aggiungere quelli scappati, rilasciati o evasi dai vagoni), è possibile che tra il 14 e il 15 marzo a Bergamo ci siano stati questi movimenti. 3Fumagalli Fedele - La figura del deportato è tratteggiata anche nella testimonianza di Vittoria Galbiati, figlia di Giuseppe. Ne emerge l’immagine di una persona indecisa e tormentata, quasi si sentisse in qualche modo responsabile delle tragedie che avevano colpito alcuni suoi conoscenti. 4Parola popolare “Paulot” - Lo si fa derivare da San Paolo. Si riferisce a persona molto attaccata alla chiesa, persona quasi curiale, ma non necessariamente in termini spregiativi che talvolta le vengono attribuiti.
















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