martedì 19 settembre 2017

Perché "Cosa c'è dietro Freeda" è un articolo paranoico



Cosa c'è dietro Freeda? Di sicuro non il racconto fatto da Dinamopress in un articolo paranoico ed approssimativo che da ieri ha grande risalto sui social italiani.

Pinkwashing e Berlusconi. 
L'introduzione parla di pinkwashing e marketing aziendale fatti con i soldi della famiglia Berlusconi, e continua con modestia dicendo che basta grattare un po’ sotto la superficie e seguire la lezione di The Wire – cioè “follow the money” – per scoprire che Freeda è tutt’altro che una start-up di ragazze millennial che hanno deciso di investire in un progetto editoriale femminista pop.

Il problema è proprio questo, non basta aver guardato The Wire per improvvisarsi investigatori, infatti i soldi li hanno seguiti ma dopo pochi passi si sono fatti abbagliare dai nomi grossi.
L'editore di Freeda è Ag Digital Media ed i fondatori sono Andrea Scotti Calderini e Gianluigi Casole. Dopo aver fatto notare che i fondatori sono di sesso maschile (grazie), quelli di Dinamopress collegano gli incarichi dei due (in Publitalia e nella Holding Italiana Quattordicesima) direttamente alla famiglia Berlusconi.
La storia invece è diversa; i due soci fondatori sono passati entrambi dal 50% al 24,5% a testa, dopo aver lanciato un aumento di capitale nel quale la parte di maggioranza (43,7%) è andata alla FW, società partecipata dal produttore televisivo Lorenzo Mieli (figlio di Paolo Mieli, presidente di Rcs), ed il 7,3% alla Good Films di Ginevra Elkann.
Della Holding Italiana Quattordicesima di Luigi, Barbara ed Eleonora Berlusconi (pur essendo molto attiva negli investimenti in start-up ed aziende digital) non si trovano notizie di partecipazioni in Ag Digital Media, nonostante questo l'articolo collega esplicitamente l'editore di Freeda alla famiglia Berlusconi, che nei paragrafi successivi diventa l'unico investitore sospetto (ovviamente sospetto nella logica paranoica che guida la scrittura dell'articolo) nonostante il 43,7% della FW. E se ve lo state chiedendo, no, nell'articolo non sono riportati dati o percentuali che chiariscano le partecipazioni in Ag Digital Media.

Se fin qui sembra solo la descrizione di un articolo approssimativo c'è tutta la parte paranoica del pinkwashing.


Secondo Dinamopress, Freeda non solo preferisce occuparsi di argomenti frivoli del femminismo pop ma trascura il femminicidio ed il jobs act, ma addirittura, e cito interamente il paragrafo:
si tratta di fare un progetto editoriale iper-aggressivo dove i contenuti femministi o pseudo-tali funzionino come cavallo di Troia per diventare parte delle «conversazioni» delle giovani millennial, in modo poi da vendere l’enorme quantità di dati così ottenuti (come dice Bernardoni: «elaboriamo attraverso strumenti tecnologici che sviluppa e crea il nostro team di programmatori interno») alle imprese che vogliono sfruttare quel target per le proprie strategie aziendali. I social network sono ancora una volta un dispositivo biopolitico attraverso cui intrappolare e far diventare merce i nostri dati personali. Il problema è sempre quello: riuscire ad accaparrarsi nuove fette della nostra attenzione, delle nostre conversazioni, del nostro linguaggio. In una parola, delle nostre vite. E usarli contro di noi. Non importa più quale sia il contenuto: il capitalismo dei social network può utilizzare qualunque pretesto e qualunque esca, persino il femminismo, per riuscire a privatizzare – senza che nemmeno ce ne accorgiamo – i nostri stili di vita e le nostre «conversazioni». 
Praticamente quello che fanno molti brand e molti media attraverso i social, di nuovo grazie.

E se pensate che sia finita qui vi sbagliate, perché nei piani futuri Ag Digital Media vuole espandersi in Francia, Spagna e Grecia, e quelli di Dinamopress ci danno una spiegazione chiara e logica, non è solo la vicinanza culturale di questi paesi dell'Europa mediterranea all'Italia a motivare questa espansione internazionale, ma anche l'appartenenza ad un Sud Europa messo in ginocchio dalle politiche di austerity dell’Unione Europea, e Freeda è quindi, logicamente, la testa di ponte di un'invasione delle grandi famiglie del capitalismo italiano ai danni del proletariato mediterraneo, come potete leggere nella conclusione dell'articolo:
Nei processi di estrattivismo biopolitico, la «specificità culturale», che rende un progetto editoriale pseudo-femminista italiano di possibile successo in alcuni paesi del Mediterraneo, può essere il modo per aiutare il capitale italiano a mettere in atto qualche piccola strategia espansionistica. In modo che neanche esso rimanga escluso dal banchetto in cui vengono spartite le spoglie della Grecia.

Le sottolineature sono mie e segnalano i passaggi più pirotecnici.

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