domenica 10 marzo 2019

La vernice rosa su Montanelli è giusta o sbagliata?


La vernice rosa sulla statua di Indro Montanelli è giusta o sbagliata? Se cercate una risposta netta a questa domanda questo articolo non fa per voi, perché?
Perché sotto quello strato di colore ci sono molte più questioni di quel che potrebbe sembrare, e se l'immagine di un Pasolini imbrattato ed accostato a Montanelli vi fa capire subito a quale altra storia voglio arrivare, sappiate che il percorso è più importante dell'arrivo; occorre però andare per gradi, prima i fatti, poi le polemiche, ed infine la parte veramente interessante, cioè le questioni che questo gesto ha aperto.

1. I fatti:
8 marzo 2019. A Milano alcune attiviste del movimento femminista Non Una Di Meno hanno versato della vernice rosa lavabile sulla statua del giornalista. Il movimento ha spiegato di aver voluto attirare l’attenzione su Montanelli che in Etiopia comprò (come molti altri ufficiali italiani) una ragazzina eritrea di 12 anni per averla in moglie ed avere con lei dei rapporti sessuali, chiedendosi se "sono questi gli uomini che dovremmo ammirare?".
Montanelli nel 1972 raccontò per la prima volta di questo episodio avvenuto negli anni Trenta, lo fece altre volte, nel 1982 e nel 2000, senza mai mostrare pentimenti o qualche forma di autocritica (alla fine dell'articolo trovate le parole con cui lo stesso Montanelli raccontava la vicenda).

2. Le polemiche:
Il gesto ha attirato molte attenzioni ed acceso polemiche su più livelli.
E' stata criticata la forma di protesta troppo simile ad un atto vandalico (non è stato subito chiaro che la vernice usata fosse lavabile) e sono state proposte diverse alternative, ne cito due tra le più interessanti, Maria Toscano ha proposto di erigere una statua dedicata alla bambina eritrea, mentre Francesca B. più sottilmente propone di scrivere sulla base della statua di Montanelli le parole agghiaccianti con cui lo stesso giornalista ha raccontato e spiegato quei fatti.
L'altra parte consistente delle polemiche è occupata dallo scontro tra due visioni, quella di chi crede che il comportamento di Montanelli appartenga ad un'altra epoca e mentalità e sia quindi da contestualizzare, e quella di chi fa notare che Montanelli ha avuto tempo e modo per ripensare a questa vicenda, senza però mai farlo.

3. Questo gesto apre ad una riflessione su numerose questioni, quali?

Storia, memoria, arte e vita:

Storia: Montanelli non ha mai tenuto nascosto il suo passato, né come fascista (atipico e polemico, fino a diventare antifascista conservatore), né come colonialista. E' una virtù il guardare in faccia la storia senza nascondersi, o una forma di arrogante spavalderia? E qual è stato il valore di Montanelli storico, quale contributo ha dato al processo di elaborazione del passato fascista e colonialista dell'Italia?

Memoria ed arte: Che senso ha colpire un simbolo? Ed a cosa serve colpire un monumento? In questo senso è interessante osservare l'evoluzione del Pink Tank di Praga.

Ad ogni modo, agire nello spazio urbano (che per sua natura è un luogo di condivisione e scambio) significa dirottare uno spazio pubblico verso narrazioni alternative a quelle statiche e cristallizzate del monumento usato come strumento di "imposizione" di una memoria comune.


Vita: Una critica interessante ma fuori fuoco è quella di chi si domanda se si debba smettere di ammirare un Caravaggio perché era un assassino, smettere di leggere Céline o studiare Heidegger perché antisemiti, non guardare i film di Polanski perché condannato per lo stupro di una tredicenne. Ad essere fuori fuoco è la lettura del gesto di protesta contro Montanelli, che non è una censura della sua opera, ma un attacco al monumento che lo raffigura e che lo esalta come giornalista dimenticando quanto ha fatto come uomo.
Anche perché mettere insieme vita ed opera senza separarle apre ad una strada che, se percorsa con coerenza, porta molto lontano. Siamo disposti a fare lo stesso con altre figure di riferimento della cultura italiana? Siamo disposti a coprire di vernice Pasolini? Perché il PPP poeta, regista, scrittore, intellettuale, era anche il Pasolini che frequentava ragazzi minorenni (non di 12 ma in alcuni casi di 14 anni), pagandoli poche lire per avere con loro dei rapporti sessuali.

Quali sono, se ci sono, i limiti con cui oggi possiamo giudicare a posteriori le vite e le idee di tutti questi personaggi?

Bisogna chiedersi quanto è utile questa volontà di evidenziare con il rosa eventi nascosti o dimenticati della vita di Montanelli (ma la domanda vale anche per altri). Rimanendo nella metafora, la vernice ed i suoi intenti sono tanto più visibili ed immediatamente comprensibili quanto più nascondono le sfumature, ma con il tempo la vernice secca, si fa dura ed aderisce al bronzo della statua diventando rigida, trasformandosi in un involucro, un vuoto ed un pieno che per quanto opposti si compensano e rafforzano a vicenda nascondendo le profondità della riflessione.

Per tutto questo non so dire se il gesto sia giusto o sbagliato, mi sembra meglio tenere viva ed alimentare una discussione che si è attivata e che (cosa abbastanza rara) è ricca di elementi su cui riflettere.



Tra i tanti elementi, non ho citato il principale ed il più ovvio (ma non per questo meno importante), il ruolo della donna nella società ed il maschilismo vivo e vegeto ancora oggi nel 2019. Su cosa voglia dire essere femminista per me (che non vuol dire che gli altri debbano esserlo a mio modo), rimando all'ultima parte di questo articolo su #MeToo.



Le parole di Montanelli:
Durante la puntata di L’ora della verità del 1972, la giornalista Elvira Banotti (di madre eritrea) pose delle domande molto precise a Montanelli.
Banotti: «Ha appena detto tranquillamente di aver avuto una sposa, diciamo, di 12 anni, e a 25 anni non si è peritato affatto di violentare una ragazza di 12 anni dicendo "Ma in Africa queste cose si fanno". Io vorrei chieder a lui come intende normalmente i suoi rapporti con le donne date queste due affermazioni»Montanelli: «No signora, guardi, sulla violenza… nessuna violenza perché le ragazze in Abissinia si sposano a 12 anni»Banotti: «Questo lo dice lei»
Montanelli: «Allora era l’uso»
Banotti: «Sul piano di consapevolezza dell’uomo, insomma, il rapporto con una bambina di 12 anni è un rapporto con una bambina di 12 anni. Se lo facesse in Europa riterrebbe di violentare una bambina, vero?»
Montanelli: «Sì, in Europa sì, ma…»
Banotti: «Appunto, quale differenza crede che esista dal punto di vista biologico? O psicologico anche?»
Montanelli: «No guardi, lì si sposano a 12 anni, non è questione…»
Banotti: «Ma non è il matrimonio che lei intende, a 12 anni in Africa. Guardi, io ho vissuto in Africa. Il vostro era veramente il rapporto violento del colonialista che veniva lì e si impossessava della ragazza di 12 anni, senza assolutamente, glielo garantisco, tener conto di questo tipo di rapporto sul piano umano. Eravate i vincitori, cioè i militari che hanno fatto le stesse cose ovunque sono stati i vincitori. (…) La storia è piena di queste situazioni».

Nel 1982, intervistato da Biagi, Montanelli si esprimeva così:
"Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì [le africane] erano già donne. L’avevo comprata dal padre a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul (semplice edificio a pianta circolare con tetto conico solitamente di argilla e paglia) con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi assieme alle mogli degli altri ascari…arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita".

Tornò sull'episodio l'ultima volta nel 2000 sulle pagine del Corriere della Sera: Quando andai a nozze con Destà

Aggiornamento (12/3/2019): Interessanti sia l'articolo di Davide Piacenza (Wired) su Elvira Banotti che pone l'attenzione sulla nostra tendenza a produrre pensieri automatici ready-to-tweet e privi di profondità, sia l'articolo di Zad El Bacha (Vice) sul rapporto tra colonialismo italiano e lo sfruttamento sessuale delle ragazzine.
Su Montanelli ed il colonialismo italiano bisogna ricordare che per anni contribuì a tenere in piedi l'immagine stereotipata degli "italiani brava gente", di un esercito bonario e di una colonizzazione gentile, negando fino all'ultimo momento possibile i crimini italiani in Eritrea (l'uso di iprite, fosgene e arsine - armi chimiche terrificanti), cioè fino a quando, messo di fronte ai documenti, non ebbe più possibilità di negare e mantenere una credibilità.


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